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Wednesday, 04 March 2009

PARLIAMO DI ACQUE….MEDICATE!

“Ogni giorno 60 milioni di litri d’urina finiscono nei fiumi…che possono arrivare ai cibi e…”. Così comincia l’articolo-inchiesta apparso sul mensile Focus in edicola in questi giorni (Focus n.197, marzo 2009 pag. 126) ed è da qui che vorremmo partire per fare delle semplici riflessioni.
Sin dai primi anni ’80 si diffuse in tutta Europa la prassi di potabilizzazione delle acque di superficie (laghi e fiumi) ed il pescaggio in falda per far fronte all’aumentata richiesta idrica delle grandi città. Già da subito, però, alcune ricerche misero in luce la poca sicurezza di queste tecniche. In seguito, vennero fatti studi ed analisi estese dai quali emersero che in queste acque si trovano tracce significative di molecole di acidi e metaboliti di derivazione farmaceutica. Purtroppo le fonti di inquinamento chimico sono tante quante le attività le cui acque finiscono direttamente nei fiumi o nei terreni. Il 30% circa dell’inquinamento delle falde acquifere è rappresentato dagli scarichi delle aziende zootecniche. Per esempio, nella sola Lombardia dove sono allevati - tra bovini, caprini e suini – circa 12 milioni di capi di bestiame, sono state rinvenute concentrazioni veramente importanti di antibiotici ad uso veterinario. A ciò si aggiungano le percolazioni dei rifiuti organici (letame) che inquinano il terreno e le falde di profondità.
Ma, purtroppo, gli studi rilevano che il 70% delle cause d’inquinamento delle falde è dovuta allo smaltimento delle acque nere urbane dove confluiscono, quotidianamente, circa 60 milioni di litri di…pipì umana e, con essa, tutto quanto non è stato metabolizzato. Tra le molecole espulse dal nostro corpo attraverso le feci e l’urina ci sono i farmaci e le sostanze stupefacenti. Chi non ricorda l’inchiesta di qualche anno fa che aveva decretato la città di Firenze come una delle capitali della cocaina, semplicemente analizzandone le acque nere dei depuratori? L’urina, infatti, raggiunge i depuratori dei sistemi idrici integrati urbani che, per quanto siano affidabili ed efficaci, sono stati approntati per la disgregazione di sostanze chimiche di composizione molto più semplice delle molecole contenute nei farmaci e nelle droghe. Queste ultime si riversano, così, nei fiumi e nei laghi inquinandoli. Non tutte le molecole, però, hanno lo stesso grado di resistenza: alcuni, per esempio un antibiotico molto comune come amoxicillina si degrada in poco tempo, altri come l’acido clofibrico (principio attivo anti-colesterolo) può rimanere nell’acqua fino a 21 anni.  Ma non solo i farmaci possono rimanere in traccia ma anche altri prodotti chimici come i saponi ed i profumi.
Nelle acque del fiume Po, che fornisce più del 20% dell’acqua potabile di Torino, sono stati trovati antibiotici, antitumorali, antinfiammatori, diuretici ed antidepressivi. Purtroppo, gli enti di ricerca preposti alla definizione e alla divulgazione dei dati non sono ancora in grado di fare delle stime definitive in quanto è necessaria una intesa collaborativa con le aziende municipalizzate che si occupano della depurazione delle acque ed i costi sono elevatissimi.
Ma quanto è pericolosa la presenza di molecole di sintesi nelle acque potabili? Nonostante i dati allarmanti, le concentrazioni di farmaci e droghe sono inferiori alle quantità ritenute tossiche per cui il rischio, per un individuo adulto, è quasi inesistente. Ciò non toglie, però, che l’assunzione continuata nel tempo possa causare allergie, sensibilizzazioni e resistenze ad alcuni ceppi batterici.
Diverso è il discorso per quanto riguarda l’effetto sugli embrioni, soprattutto perché la pericolosità delle molecole prese singolarmente è quasi nulla ma, se combinate fra loro, può potenziare l’effetto di altri farmaci.
Che fare allora? Le tendenze a livello internazionale sono di due tipi. Una che mira al consumo dei farmaci in modo consapevole prediligendo quelli green, cioè a basso impatto ambientale. L’altra, invece, mira al miglioramento dell’efficacia dei depuratori e delle tecniche di potabilizzazione.
Per ora, però, si tratta di prescrizioni teoriche e non di effettive soluzioni al problema. 
E voi...cosa ne pensate?

Scritto da Il Minatore Rosso alle 11:00 | Commenti (2) | Scrivi | Tell-a-Friend|


2 Commenti per PARLIAMO DI ACQUE….MEDICATE!

  1. Indubbiamente un miglioramento delle tecniche di potabilizzazione delle acque è importante, come pure l’uso consapevole dei farmaci: questi due argomenti dovrebbero correre in parallelo tra loro, ma purtroppo, per questioni economiche ed intellettuali, non è così.
    Il fatto di fare un gran uso di farmaci è il frutto di una mentalità insegnata negli Atenei di Medicina dove si è imparato a curare il sintomo (prescrivendo farmaci, perchè solo così “si è potenti")e non l’individuo nella sua totalità.
    Appena si ha un pò di febbre si “mangiano” anche gli antibiotici alterando in questo modo la flora batterica intestinale; si ha un dolore articolare antidolorifici a go-gò, colesterolo elevato statine.
    Personalmente penso che i farmaci debbano essere dati quando effettivamente ve ne sia la necessità, ma che una sana alimentazione che regolarizzi la glicemia, sostanze antinfiammatorie naturali( omega3, zenzero,tè verde)possano aiutare, come pure una regolarizzazione del pH,vitamine, minerali ed almeno otto bicchieri di acqua al giorno, che non determinano ritenzione idrica e quindi “cellulite”, ma aiutano ad idratare e nutrire le nostre cellule (riducendo le rughe) e a depurarci, facendoci stare molto meglio.
    Da ragazzino bevevo pura e semplice acqua, oggi i primi attori sono il “cibo spazzatura” e le “bibite zuccherate” che creano dipendenza.
    Grazie
    dott. Boano Michele

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